Desert Sessions 9 & 10

Le Desert Sessions non sono un disco della Harvey. L’insieme dei brani si accozza come deve, disordinato e divertito, dando un bel ritmo alla scaletta. Sole e musica alta, non proprio dura, non proprio cattiva, non troppo ragionata e non troppo virtuosa.

Il titolo non deve ingannare, non si parla di Messico. Né di Texas, né di country, folk, cactus, mariachi o pistoleri. Anche perché il sombrero non si addice a miss Polly Jane. Rock cittadino, ma più che New York forse la provincia americana, con un’ospite inglese del livello di PJ Harvey. Padrone di casa sempre Josh Homme, l’hard rocker acqua e sapone dei Queens of the Stone Age (QOTSA), giunto al decimo capitolo della saga. Atmosfera conviviale, spirito di improvvisazione, e grandi musicisti in session libera, almeno nell’immaginario del progetto. Perché poi di registrazioni si tratta, e gli scherzi sono limitati a tre. Tre giochi, brevi, per fare colore, ma skittabili senza rimorso. Del resto, si tratta di una compilation, e può permettersi di essere disorganica. Ma le quattro canzoni di PJ bastano a tracciare un piccolo EP dentro l’album, una prova di bravura a spasso fra gli stili. La cosa migliore di PJ da qualche anno in qua.

Registrato in otto giorni al Rancho de la Luna Studio, insieme ai due ragazzi immagine (Homme e la Harvey), hanno partecipato fra gli altri Twiggy Ramirez degli A Perfect Circle, Chris Goss dei Masters of Reality, e i satelliti dei QOTSA Joey Castillo e Dave Catching. Un cast da musica pesante, per produrre canzoni come Dead in Love sotto la stella di Homme (e con PJ al piano e sax), la dura In My Head… or Somerhing e un accenno di musica da deserto con Creosote . Manca l’anima all’album, che è un album di arnesi, una meravigliosa cassetta degli attrezzi con utensili preziosi, e in mezzo oggetti vili come vecchi chiodi e viti spanate. I’m Here for your Daughter , Covered in Punk’s Blood e Sheperd’s Pie (i tre scherzi’ di cui sopra) possono giacere dimenticati nel fondo, servono a dare un senso di vissuto alle Desert Sessions 9 & 10 . I quattro brani di PJ Harvey invece si sollevano dalla tradizione delle Sessions di Homme, e fanno quartiere a sé. Il singolo “Crawl home” e A Girl like Me sono la nuova Polly Jane, sono il presente al suo meglio. There Will Never Be a Better Time invece ricorda Dry , gli esordi secchi e scabri, la voce che è un lamento e un colpo di mazza. Powdered Wig Machine , elettronico, nervoso, è un’altra possibilità, una faccia di Polly che potrebbe non mostrarsi più. Ma intanto stupisce.

Gente come Chris Goss e la musica sostanziosa di Homme hanno fatto grandi se stessi e PJ. Ma le Desert Sessions non sono un disco della Harvey. L’insieme dei brani si accozza come deve, disordinato e divertito, dando un bel ritmo alla scaletta. Sole e musica alta, non proprio dura, non proprio cattiva, non troppo ragionata e non troppo virtuosa. Il disco è una parentesi, una vacanza, il prossimo album dei Queens of the Stone Age non passerà per queste note. Intanto però c’è PJ Harvey, c’è l’intelligenza e la mano di Josh Homme, c’è gente che suona e dà l’impressione di farlo come omaggio a se stessi. Ai musicisti, prima che alla musica, che suonano leggeri. Così sembra, almeno.

Author: Letizia Bonvicino

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